mestieriI mestieri degli ulivetesi, sono stati, per tradizione ormai immemore, principalmente due: spaccapietre e fiumaroli, o meglio, cavatori e navicellai. A prescindere dall’attività più diffusa in età medievale, alla nascita del borgo, che era sostanzialmente quella agricola della coltivazione dell’olivo, è stata la vicinanza, il contatto, proprio di tipo topografico, fra il monte e il fiume a decidere quali fossero le attività degli ulivetesi. E dunque prima di tutto la pietra, cavata con lo scalpello e il cuneo prima, con l’esplosivo poi, dal calcare grigio massiccio che sovrasta il paese. Già nel 1200 si disponeva, da parte delle autorità pisane, che gli scarti dell’estrazione della pietra fossero destinati alla pavimentazione attorno alle polle dell’acqua, perché viandanti e malati si potessero meglio accudire con quell’acqua così benefica per le malattie della pelle. Già nel 1319, come testimoniato dalla registrazione negli annali del Comune di Pisa (oggi nell’Archivio di Stato), Uliveto aveva un piccolo porto fluviale. Questo ci dice che le autorità del governo pisano avevano ottima cura del territorio, dal punto di vista delle sistemazioni idrauliche, e che gli abitanti di quel borgo incastrato fra fiume e monte già erano tenuti in conto come produttori e trasportatori di materiale da costruzione. E tenuti in conto lo furono ancor di più dopo la costruzione del primo Canale dei Navicelli, su iniziativa dei Medici, per collegare una via d’acqua importante, l’Arno, col nuovo porto che stava sviluppandosi a Livorno, a sud del vecchio porto pisano ormai agonizzante. Il navicello, un piccolo veliero fluviale tipico del Valdarno inferiore e della bassa Val di Serchio fu, al pari della cava, la risorsa principale degli ulivetesi. E lo divenne ancor di più quando, nella prima metà del XIX° secolo, le attività industriali e le nuove macchine alimentate dal vapore e dal carbone, divennero economicamente determinanti nella vita di uno Stato, quanto la tradizionale produttività agricola. Possiamo affermare che Uliveto, e i mestieri ulivetesi, si sono affermati sul territorio con la rivoluzione industriale. I blocchi di pietra e i mucchi di pietrisco venivano trasportati a Pisa e di qui a Livorno per mezzo della navigazione fluviale, nella quale gli ulivetesi erano maestri. Il navicello aveva un solo albero che portava una vela quadrangolare particolare, detta ‘polaccone’ o, localmente, ‘pollaccone’, che veniva issata di solito nel viaggio di ritorno, per poter sfruttare i venti di mare che spiravano verso l’interno. Spesso, in condizioni di bonaccia o di vento contrario, si doveva far avanzare il navicello tirandolo dalle rive con delle corde. Era uno sforzo immenso che dava come risultato un progredire lento, faticoso, sfiancante. Una navigazione di questo tipo si chiamava “all’alzaio”. Nella stagione estiva, sia l’attività estrattiva che quella di trasporto si fermavano. La cava diveniva una fornace all’ interno della quale lo spaccapietre non poteva fare altro che morire. Il fiume era secco, e anche la pur di per sé ingrata pratica della navigazione “all’alzaio”, si rivelava altrettanto micidiale e per giunta impossibile. Gli ulivetesi, dunque, se ne andavano dal loro paese, per non morire di fame. Gli ulivetesi andavano, a piedi (si parla del XIX° secolo, ma questa migrazione stagionale è proseguita fino a tutti gli anni 20 del XX° secolo), in Francia, a lavorare nelle saline, come braccianti agricoli per le vendemmia, o come operai alla costruzione di mura e opere di difesa. Molti anche verso l’appennino aretino, dove erano conosciuti come “gli scoglieranti”, una sorta di riedizione moderna degli schiavi che avevano costruito le piramidi, e che erano qui per costruire argini su quel fiume che avevano lasciato a casa, in secco come le loro famiglie. Quando tornavano pagavano i conti in sospeso per quel poco che le famiglie potevano prendere a credito per non morire di fame. Fu per questo motivo che sorse, a Uliveto, il primo esperimento di mutua assistenza cooperativistica della piana pisana: la Cooperativa Cavatori e Navicellai, fondata ufficialmente attorno al 1908, che ufficializzava una pratica solidaristica adottata da tempo per motivi di mera sopravvivenza. Con il miglioramento della viabilità e l’avvento dei motori a combustione interna, il mestiere del navicellaio iniziò a declinare. Non così quello del cavatore, che anzi ricevette nuovo impulso dalla adozione del trasporto su gomma e dall’uso di esplosivi sempre più potenti. Nessun navicello ha più spiegato la sua vela a Uliveto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il fiume non è più navigabile e le rovine dei ponti bombardati, usate come base per quelli ricostruiti, ostruiscono il passaggio anche a natanti più piccoli. Il piccolo artigianato è diventato una fonte di lavoro per gli ulivetesi, con la produzione di arredamenti per locali o con l’edilizia civile.